Minima hermeneutika per addetti alla filologia trobadorica [elaborazione in corso]

Gli specialisti della poesia trobadorica sono nel maggiore dei casi filologi all’antica (Ottocento e Novecento): si occupano exclusivamente dei testi senza tenere conto delle melodie. Per quel che concerne la teoria della communicazione lirica (modus tropatoris et modus recipientium: modo di produzione e ricezione) i più – per dirla chiaro e tondo – non se ne occupano, digiuni come sono di ermeneutica in generale e di ermeneutica trobadorica in particolare.

L’ermeneutica è in filosofia la metodologia dell’interpretazione. La parola deriva dal greco ἑρμηνευτική (τέχνη), traducibile come (l’arte della) interpretazione, traduzione, chiarimento e spiegazione. Essa nasce in ambito religioso con lo scopo di spiegare la corretta interpretazione dei testi sacri (cf. wiki.it)

ERMENEUTICA

id est ARS INVENIENDI (art de trobar) – INTELLIGENDI (art d’entendre) – APPLICANDI

per esercitare questa triplice arte ci vogliono le tre subtilità correspondenti

SUBTILITAS INVENIENDI – INTELLIGENDI – APPLICANDI

ERMENEUTICA TROBADORICA
(articolo redatto sul modello di wiki.it-ermeneutica biblica)

L’ermneutica è l’arte di interpretare e spiegare ciò che un autore ha scritto, i metodi che devono essere applicati per comprendere adeguatamente un testo. Questa voce si concentra in modo specifico sull’ermeneutica applicata ai trovatori, cioè sui principi che devono essere applicati per comprendere rettamente il TROBAR in lingua d’oc dei secoli unedicesimo e dodicesimo.
Sebbene si applichino al TROBAR gran parte dei principi utilizzati per comprendere un qualsiasi altro testo (religioso o non religioso), gli addetti alla filologia trobadorica dovranna (ma i più non lo fanno) tenere conto che le poesie liriche dei trovatori erano destinate alla recitazione tramite il canto monodico, a cappella o discretamente accompagnato da un instrumento a corde (viella o rebec).
L’ermeneutica trobdorica si occupa di stabilire i principi utili per comprendere qualsiasi manifestazione del TROBAR (vers, canso sirvtes descort etc.) in modo tale da rendere il suo messaggio chiaro per chi la legge o la ode. Inevitabilmente essa implica l’opera dell’esegesi trobadorica, il processo, cioè, che consiste nell’esaminare il testo e la melodia di una determinata poesia lirica come ci giunge – diretta- o indirettamente – dalla mano del suo scrittore per scoprire in che modo egli comunichi il suo messaggio.
Dato poi che – tranne per gli ultimi trovatori (Guiraut Riquier in particolare) – non siamo in possesso dei documenti originali, ma solo di copie tardive (del Trecento), è pure necessaria l’opera della critica del testo (critica testuale).
Obiettivo nell’applicare i principi dell’ermeneutica trobadorica è quello di esporre rettamente so motz e razo (la melodia, le parole e l’argomento poetico) applicandosi diligentemente a discernere il significato originale del testo e la sua rilevanza.
Applicare sani principi di ermeneutica significa cercare di rispondere a domande come: chi era lo scrittore? A chi stava scrivendo e perché? È significativo nel caso in esame l’uso di una particolare parola, costruzione grammaticale, tempo verbale, movimento melodico, rapporto intertestula e/o intermelodico fra diverse poesie etc.? Qual è il contesto culturale e storico in cui si inquadra il testo? Qual è il significato inteso originalmente dall’autore? In che modo i suoi contemporanei (gli altri trovatori) interpretano il testo? etc.

APPLICAZIONE

Ogni messaggio (leu plan prim clus etc.) il ricevente [lettore, filologo] lo può decifrare [capire] soltanto secondo la sua intelligenza limitata e non per il modo dell’ emittente [trovatore] e ancora meno per il modo del messaggio [vers, canso, sirventes etc.].

receptum est in recipiente per modum recipientis et non per modum dantis [Dantis – Guihelmi – Marcabruni – Arnaldis…], doctŏr ūnĭversālis dixit:

neanche un genio superumano (übermenschlich) [Dante Alighieri – Guilhem de Peitieus – Marcabru – Arnaut Daniel – Cervantes – Proust] è capace di comprendere (com-prĕhendĕre) le sue composizioni [scritti] per il loro modo, ma soltanto secondo il modo della sua intelligenza malgrado tutto limitata.

Soltanto una intelligenza illimitata (quella di un yogin illuminato per esempio che ha realizzato l’unione [yoga] suprema nell’unità brahman-ātman [als ben entendens salut!] può capire qualsiasi messaggio per il modo del messaggio.

nota bene Valéry: « mes vers on le sens qu’on leur prête… » sarrebbe una boutade ingenua se proferta senza il sale dell’ ironia: recte ‘mes vers ont le sens que je leur donne, et les sens qu’ils ont malgré moi. Quant aux sens qu’on leur prête, c’est aux philologues d’en juger]

Il filologo-ermeneuta deve cercare di avvicinarsi il più possibile al senso/ai sensi che l’autore/il trovatore ha dato al suo testo (vers, canso, sirventes, terzina etc.). Ma questo non basta:

deve cercare inoltre di attualizzare anche i sensi nascosti al proprio autore alla luce di riscontri illuminanti:

Concretamente: il filologo ha l’obbligo di superare scientificamente (con una metodologia adeguata) tutte le interpretazioni anteriori, sia di modo implicito, sia migliorando o rifiutando esplicitamente l’avvicinamento dei suoi predecessori.

Applicazione

Marcabrus ditz que no·ill en cau… – Gruber vs. Roncaglia 1951 – Harvey 2000 – De Conca 2009 [lavoro in corso]

Saggio di filologia trobadorica made in Germany

Roncaglia – Harvey – De Conca – sono (per dirla chiaro e tondo) lontani da una comprensione adeguata della conclusione marcabruniana perché ignorano allegremente “Wörter und Sachen”: la conoscenza ‘delle parole e delle cose’ è invece ‘conditio sine qua’ non di una retta attualizzazione delle immagini e metafore adoperate in questo testo emblematico del ‘trobar clus’. I lettori di madre lingua italiana sono cortesemente pregati di emendare sviste e sbagli Del knòl es pròp la fenizos prec que·l mot fals en sian ras

Marcabru PC 293.33 Lo vers comens quan vei del fau (conclusione)
se vuoi leggere l’esordio e la seconda cobla knol/gruber/marcabru 293-33

49  Marcabrus ditz que no·ill en cau
50  qui quer ben lo vers al foïll
51  que no·i pot hom trobar a frau
52  mot de roïll
53  intrar pot hom de lonc jornau
54  en breu doïll.

Marcabruno dice che non gliene cale (=importa)
se qualcuno fruga il (suo) vers col frugone
ché non vi si può trovare (introdotto) di frodo (= di contrabbando)
parola rugginosa
(1) intrare si può con lungo (lavoro) giornale
in breve cannella.
(2) un uomo di lungo (lavoro) giornale può intrare
in breve cannella.

1 Marc e brus R ; non len (lin) R) chau CR / 2 quier R ; ver al fronzilh CR 4 rozilh CR 6 roill IK, estrilh CR.

[testo Gruber Dialektik  1983, pp. 76-77]

50 vers al foïll] Roncaglia 1951, p. 31 vers’al foïll

54 en breu doïll] Gaunt-Harvey-Paterson 2000 = Rialto 2002 en breu roïll  →  knol/Gruber/la miola dóu papa

***

Roncaglia 1951 e (testo e traduzione)    → rialto.unina.it/Mbru/Roncaglia

Marcabruno dice che non gliene importa se alcuno frughi il “vers” col frucone: ché non vi si può trovar nascosta parola rugginosa, entrare si può con lunga fatica nel minimo pertugio]

***
Gruber 1983

Marcabru sagt dass es ihn nicht kümmert, wenn jemand den vers recht mit dem Stocher durchsucht, denn man kann darin kein rostiges Wort verborgen finden: man kann mit langem Tagewerk (vs. ein Mann mit langem Tagewerk kann) in einen kurzen Zapfen gelangen.

[Marcabruno dice che non gliene importa se qualcuno fruga il (suo) vers col frugone ché non vi si può trovare nascosta parola rugginosa (1) intrare si può con lungo (lavoro) giornale in breve cannella. (2) un uomo di lungo (lavoro) giornale può intrare in breve cannella.

***

Harvey 2000 e (testo) → unina.it/Mrbu/Harvey

Marcabru says that it does not matter to him if anyone searches the vers closely with a fine-tooth-comb  for no one will be able to find a rusty word hidden in it: a man con gather in the harvest after a long day’s work in a brief moment  [en breu roïll] [p. 421]

[Marcabru dice che non gliene importa se qualcuno passa il suo vers al setaggio: ché nessuno sarà capace di trovarvi nascosta une parola rugginosa: un uomo può (far) entrare la raccolta dopo un lungo giorno di lavore in un breve istante]

“We understand the sense here to be that a man can gather in the harvest from a long day’s work (= the result of searching for flaws in Marcabrus’s song) in no time at all (= because there will be so little of it, since his song contains no ‘rusty words’)” [p. 426]

53-54 Previous editors follow A doïll ‘tap (of a cask) or ‘fawcett’. Despite Gruber (Dialektik, p. 77 note 128 [recte pp. 74-81 and particularly pp. 77-79 note 128]), we suspect A‘s isolated reading to be an intervention. Rather than seing IK‘s roïll as a repetition of the rhyme-word of 52, we understand here a post-verbal noun      <  Roticolare (FEW, X, 506), meaning ‘look, glance’; compare PSW, VII, 365 rodilhar ‘regarder attentivement’ [sbaglio di Levy, recte rouler en parlant des yeux→  knol], and PSW, VII, 363. 364 for the forms roel, roet, rodel, rodet. en breu roïll would then signify ‘in a short glance, in the batting of an eyelid’ [425-26]

per la rĕductĭo ad absurdum di entrar pot hom de lonc jornau en breu roïll =  a man can gather in the harvest after a long day’s work in a brief moment [un uomo può far entrare la raccolta dopo un lungo giorno di lavore in un breve istante] →  knol/Gruber/la miola dóu papa

***

De Conca 2009 → unina.it/DeConca-2009.pdf

Marcabru dice che non gli interessa che qualcuno passi il vers con il frugone, giacché non si possono trovare di nascosto parole insozzate di ruggine: in breve pertugio può entrare un uomo con grande fatica.

(49) no·ill en cau = non gliene cale  [= fr. peu lui en chaut]  più vicino all’originale che   – non gliene importa (Roncaglia) –  it does not matter to him (Harvey) [= non gliene importa – ted. es kümmert ihn nicht]  –  non gli interessa (De Conca)   .

ca|lé|re → demauroparavia.it/17415
v.intr.
OB impers., spec. preceduto da negazione, importare, interessare: non me ne cale punto
due riscontri intertestuali

49  Marcabrus ditz que no·ill en cau
50  qui quer ben lo vers al foïll

(1) ipotesto:  non m’en cau > no·ill en cau

Guilhem de Peitieus PC 183.7.1   Farai un vers de dreit nien

25    Amigu’ ai ieu non sai qui s’es:   V
26    c’anc no la vi si m’aiut fes;
27    ni·m fes que·m plassa ni que·m pes
28    ni no m’en cau:                                       e non me ne cale/importa niente
29    c’anc non ac Norman ni Franses
30    dins mon ostau.

(2) ipertesto:  me qu’en cau si < no·ill en cau qui (qui = si algus < lat. quis = si quis))

Bernart de Ventadorn PC 70.13 Be·m cuidei de chantar sofrir

46    Amors, cil que·us volon delir   ultima
47    son enoyos e desliau.
48    E si·us deschanton me qu’en cau?          a me che me ne cale/importa?
49    No·s podon melhs envilanir.
50    Be conosc a lor parladura
51    qu’ilh renhon mal, contra natura.
52    Cist an perdut vergonha e paor
53    partit de Deu tot per sordeg d’amor!
54    Et eu sui fols si mais ab lor conten.

(50) De Conca confonde qui quer (se qualcuno fruga) e qu’alcus quer (che qualcuno frughi, meno bene: passi)

qui quer ben = lat.  quis (=si quis)  bene quaerit non qu’alguns ben quer = lat. quod quis bene quaerit

numerosi riscontri (occ. qui = lat. si quis) di cui alcuni già presenti in Gruber 1983

[…]

50 foïll [= fozilh]

*fodiculum [fŏdĭ+culum]  = it. frugone. Cf. occ. fozilhar (mod. fosilhar) = fr. fouiller (latin populaire *fodiculare du latin classique fodicare, percer fŏdĭco fŏdĭco, fŏdĭcas, fodicatum, fŏdĭcāre)  .explorer avec minutie et en tous sens l’intérieur d’un endroit ou d’une chose. Fouiller un bois, une valise, une armoire etc.

(51) trobar a  frau

trovare nascosta parola rugginosa (Roncaglia)

insozzate di ruggine

to find a rusty word hidden in it [= nascostaci]

trovare di nascosto parole insozzate di ruggine(De Conca)

occ. / cat. a frau  = di frodo (di contrabbando) – fr. en fraude

se vuoi saperne di più fai clic su  →  knol/gruber/gruber-occ-cat a frau

Mistral TF […]

Vocabolario della Crusca (1612)
[ 1 ] FRODO. → crusca/vocabolario

Lo stesso che frode.
G. V. 11. 35. 3. I Fiorentini non ci usarono frodo, ne inganno, contro a’ Pisani. E appresso. Ma tutto era con frodo, e con vizio Pisanorum.
E frodo è la cosa celata a’ gabellieri, per non ne pagar gabella.

frò|do → demauro/46267
s.m.
1 TS dir., solo sing., il sottrarsi illegalmente al controllo delle guardie doganali e quindi all’obbligo di pagare il dazio relativo
2 OB solo sing., frode

Polirematiche
di frodo loc.agg.inv., loc.avv. CO
1 loc.agg.inv., loc.avv., di contrabbando: merci di f., introdurre di f. merci in un paese
2 loc.agg.inv., di attività venatoria o di pesca, esercitata abusivamente in terreni o acque appartenenti a un privato o in riserve: caccia, pesca di f.; di qcn., che esercita tali attività illecite: cacciatore, pescatore di f. | loc.avv., contravvenendo alle disposizioni di legge sulle zone di caccia e di pesca: cacciare, pescare di f.

introdotto di frodo

Ti dirò: avevo un Franchi auto Slug ed usavo le Brenneke. Poi ho provato le Dolomite sottocalibrate nella doppietta. Tutti i tiri in alto a destra. Poi un colpo qui e l’altro la, rosate sparse e molto aperte con serie di tiri di prova a 50 metri.
Però un cinghiale l’ho fermato a 40 metri.
Da noi non si possono usare armi rigate per il cinghiale. A proposito: tale bestia è stata introdotto di frodo dalla Jugoslavia e stà arrecando gravi danni all’ambiente. Qui non è autoctono!

L’immagine è quella dei doganieri che frugano col frugone (fozilh)  per es. una carga di fieno in cerca di oggetti che i contrabbandieri intendono passare di frodo (passar a frau – occ. mod. passar a frauda – fr. passer en fraude). Marcabru sfida dunque una instanza di controllo (censura inquisitiva?): inutile frugare il suo vers  in cerca di una parola rugginosa (mot de rovilh), cioè peccaminosa introdotta di contrabbando (a frau).

en òc moderne

fozilh [latin tardiu *fodiculus cf. *fodicolare < fŏdĭcāre] apleg que permet de fosilhar quicom.
(dins lo temps) apleg dels doanièrs que lor permetiá de fosilhar las cargaisons dels carretièrs pr’amor de trobar aquò que los contrabandièrs cercon de passar a frauda.

riscontro illuminante

PC 29.14 Arnaut Daniel  (codice C)

1     Lo ferm volersqu’el cor m’intra
2     no·m pot ges becs escoissendre ni ongla
3     de lauzengier que pert per mal dir s’arma
4     e pus non l’aus batre ab ram ni ab verga
5      sivals a frau  lai on non aurai oncle
6      jauzirai joi en vergier o dins cambra.

1      Il fermo volere che nel cuore mi entra
2      nessun becco può scorticarmelo né unghia
3      di malizioso lusingatore che perde la sua anima per sparlare
4      e poiché non oso colpirlo con ramo né verga,
5      quantomeno di frodo, là dove non avrò zio,
6      godrò gioia nel (suo) giardino o nella (sua) camera.

52 mot de roïll < rovilh]

riscontri

PC 323.9.63               e no·i a mot fals qe roveil

PC 323.9.67               e no·y a mot fals que·i rovelh

PC 071.1a.7                si nulhs fals motz hi rovilha.

PC 226.1.48               vostre parlar rovilhos.

PC 389.30.20             gran paor ai qe·il bocha me rovill
53 intrar en breu doïll

Roncaglia: entrare nel minimo pertugio

De Conca: in breve pertugio entrare

nota bene

in italiano e occitanico corretto si dice

entra in un foro/pertugio = entrar (var.)/intrar in un trauc/pertus)

entrare/passare per un foro/pertugio = entrar (var.intrar)/passar per un trauc/pertus

occ. intrar/entrar en

riscontri oltre quello di Marcabru in questione (scelta)

PC 007 001  027    e·ls reis intrar en l’estor ses atendre

PC 047 007  031    Anc no cuydiey en tal via
PC 047 007  032    intrar don ja non issis

PC 106 010  049    q’en vostra cort non pot intrar, so cre

PC 167 005  001    Anc no cugei qu’en sa preizo
PC 167 005  002    mi fezes mais Amors intrar

PC 210 016  042    d’intrar en cort o offrir en palais

PC 461 096  004    si vol intrar en Proensa

PC 074 004  007    Qu’el dezir entrar en chambra

occ. intrar per (riscontro particolarmente interessante)

Dalfin d’Alvernhe PC 119.3.7  (esordio)

Ioglaretz  petitz Artus
si vols t’enioglarisca
ni vols segre aquest us
dreitz es qu’ieu t’en garnisca
non anar ton grat deius
que·l fams cre que·t delisca
s’intrar potz per pauc pertus = se puoi intrare per un piccolo pertugio
bos maniars non gandisca
qui que puois t’escarnisca

vedi anche quest’altro riscontro non meno interessante

Gaucelm Faidit  PC 76.17 (cobla)

Seigner coms e·us prec que·m diiatz
del palenc qe·us en conortatz
si·l penres per forsa o no
q’e·us i conosc honor e pro
ab sol qe primier vos metatz
car pel trauc on serez passatz = poiché per il buco per cui siete passato
intraran leu li compaigno             entreran presto i compagni

occ. passar per

riscontri

PC 242 032  061    Pois auziretz passar
PC 242 032  062    per locs e per sazos

PC 404 002  008    quar m’en avenc per sa terra passar

vedi anche i

PC 076 017  006        car pel trauc on serez passatz [poiché per il buco per cui sarete passati]

(53) di long  jornau

it. giornale agg. = giornaliero, quottidiano [lat. diurnales > jornal (iurnales   → iornal, yornal, jornal – jornau)

→ cat. dcvb-jornal

|| 2. Feina que es fa en un dia; cast. jornal. Pendre loguer d’aytals jornals com hi obrarà, Consolat, c. 52. Nul hom no feya faena ne jornal, Muntaner Cròn., c. 60. Los moros… han a fer jornals en la dita obra, Ardits, i, 364. Acabar el jornal: acabar la feina del dia. Fer bon jornal: fer molta feina en un dia. Jornal de vila: dia de feina que es fa per contribuir a les càrregues del comú.
54 en breu dozilh

Roncaglia: entrare nel minimo pertugio

De Conca: in breve pertugio entrare
Roncaglia confonde cannella, foro in generale, cocchiume e foro di spillatura [segue: estratto dal commento di Roncaglia]

De Conca confonde cocchiume e foro di spillatura e non presenta nessun riscontro occitanico antico e/o moderno di dozilh = foro (di spillatura) [segue: estratto dal commento di De Conca]

estratto da Gruber 1983

nota 128 [ridotta al minimo indispensabile – aggiornamento tra parentesi quadre]

Wie alle seine Vorgänger und Nachfolger mißversteht Roncaglia die beiden letzten Verse der Cobla, weil er die Bedeutung von doïll verkennt [„doïll < d u c i c ŭ l u m [*dūcĭcŭlum s.n.  (dūcĭ <  dūcĕre + -cŭlum) → vulg. duciculus s.m. nōmĕn ăgentis ā dūcendō = instrūmentum quō exĭmĭtur (dūcĭtur) vīnum ē dōlĭō = it. cannella]  ha senso abbastanza generico per designare qualsiasi stretto foro, senza che sia necessario pensare al cocchiume [foro rotondo in alto nella doga mediana] d’une botte”]

Dejeanne (ed. Marcabru 1909, 164) petit trou [piccolo foro] ; Lewent (Beiträge 1913, 440) kleines Zwickerloch  [piccolo foro di spillatura]; Vossler (Marcabru 1913,9) enger Spund [stretto cocchiume (tappo)];  Pollmann (Trobar clus, 1965,19) enger Spund [stretto cocchiume (tappo) =Vossler]; Roncaglia 1951 mimimo pertugio [foro,  cf. Dejeanne trou – ted. Loch] Mölk (Trobar clus 1968,67) kleines (Spund)loch [piccolo cocchiume (foro)]; Mölk (Trobadorlyrik 1982, 65) Spundloch [cocchiume (foro)] .

[AGGIUNGO Gruber 1983 recte kurzer Zapfen [breve cannella] – De Conca 2009 breve perugio = Roncaglia  [foro, cf. Dejeanne trou – ted. Loch]

nota bene

keiner der bisherigen Interpreten trägt der Dichotomie long vs.  breu – lang vs. kurz Rechnung!  [nessuno degli interpreti citati – tranne Gruber 1983 – tiene presente la dicotomia:  long vs.breu –  longo vs. breve . longus vs. brevis, cf. ars longa, vita brevis]

“Wörter und Sachen” (parole e cose)
botte  di vino – recipiente cilindrico a doghe per la conservazione del vino, munito di un foro rotondo in alto nella doga mediana (= cocchiume – occ. bonda), atto a ricevere il vino e di un altro foro nel fondo anteriore (foro di spillatura), atto a spillare il vino per mezzo della  cannella (occ. dozilh). Il tappo di legno infilato nel foro in alto si chiama  ugualmente  cocchiume (occ. bonda).

duciculus → occ. dozilh / doïll – cat. duïll (= aixeta) – fr. doisil / douzil / doill (=cannelle)  = it. [De Mauro] 2can|nèl|la s.f. TS enol., tubo, spec. in legno, dotato di rubinetto o otturato da uno zipolo, che si inserisce nella parte inferiore di una botte [foro di spillatura] o di un tino per spillarne il vino.

knol/Gruber/Levy PSW/dozilh aggiornato

Riassunto di → knol/gruber/dozilh

du|ci|cu|lus TS enol. [→ occ. dozilh / doïll – cat. duïll = aixeta – fr. dousil = cannelle – it. cannella – cast. espita – – ing. tap – ted. Zapfen = Zapfhahn]
s.m.
TS enol.,Dolii epistomion (ἐπιστόμιον) id est instrumentum ori dolii insertum per quod exhauritur vinum

occ. dozilh → 2can|nèl|la [De Mauro] s.f. TS enol., tubo, spec. in legno, dotato di rubinetto o otturato da uno zipolo, che si inserisce nella parte inferiore di una botte [= foro di spillatura J. G.] o si un tino per spillarne il vino, vino alla c., pena tolto dal tino
con allusione oscena al pene: Marcabru, Arnaut Daniel – fr. Rabelais (dozil) – Belli (cannella, cavola)

cf. cannella → calabrese: u piscaturu

→ Dic. de l’Ac. fr. [input cannella]

(2)II. CANNELLE n. f. XVe siècle, canelle. Diminutif de canne, « conduit, tuyau ».
Robinet de bois ou de métal que l’on adapte à une cuve, à un tonneau pour en tirer le liquide.

Appendice: TS idraul. lat. duciulus → occ. dozilh = it. cannella

Contenuti

unico riscontro nel trobar occitanico

Arnaut Daniel PC 29.15 Pois Raimons e.N Trucs Malecs  (ms. CR)
46 Bernatz de Cornes no·s estrilh
47 al corn cornar ses gran dozilh
48 ab que trauc la pen’e·l penilh
49 pueys poira cornar ses perilh.

Bernardo di Cornese non s’affatichi / a cornare il corno senza una grossa cannella / con cui perforare la pelliccia [/il grasso di maiale] e il pettignone (mons veneris) / poi potrà cornare senza pericolo.

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Arnaut Daniel PC 29.15 Pois Raimons e.N Trucs Malecs  (ms. H)

46 Dompna ges Bernartz non s’atil
47 del corn cornar ses gran dosil
48 ab qe·l seire trauc e·l penil
49 pois poiria cornar ses peril.

Donna: Bernardo non si dia cura/ di cornare/trombare il corno senza una grossa cannella / con cui perforare il sedere e il pettignone / poi potrà cornare/trombare senza pericolo.
s’atilhar de] solo due riscontri nel trobar occitanico, ambedue in Marcabru (!) di cui uno nel ipotesto di Arnaut [sc. PC 293.33 Lo vers comens quan vei del fau]: ne prende in prestito le parole-rima isilh, s’atilh, rovilh e dozilh.

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senso letterale e senso  spirituale

Per comprendere adeguatamente il senso letterale  la conclusione marcabruniana bisogna avere presente due ipotesti biblici a cui Marcabru allude chiaramente  (cf. Marcabru diu que < Iesus autem dixit…quod – entrar en breu doïll = intrare in brevem duciculum < intrate per angustam portam)

latino di Gerolamo Matteo 19:23 Iesus autem dixit discipulis suis amen dico vobis quia dives difficile intrabit in regnum caelorum 24 et iterum dico vobis facilius est camelum per foramen acus transire quam divitem intrare in regnum caelorum

catalano (mio) 19:23 Llavors Jesús digué als seus deixebles: Amen, Us dic que un ric difícilment entrarà al regne del cel. 24 E us ho dic una vegada més: és més fàcil que un camell passi pel forat d’una agulla que no pas que un ric entri al Regne de Déu.

italiano (mio) 19:23 Gesù allora disse ai suoi discepoli: Amen, vi dico che un ricco difficilmente entrerà nel regno dei cieli. 24 E ve lo dico ancora una volta: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.

latino di Gerolamo Matteo 7:13 intrate per angustam portam quia lata porta et spatiosa via quae ducit ad perditionem et multi sunt qui intrant per eam

catalano  Entreu per la porta estreta, perquè és ampla la porta i espaiós el camí que condueix a la perdició, i són molts els qui hi entren.

italiano   Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa

parafrasi (riusando il primo riscontro biblico)

Vi dico che non me ne cale se qualcuno scruta il mio vers con un frugone: un uomo difficilmente (de long jornau) entrerà in una breve cannella,  è  però piu facile che un uomo passi per una breve cannella, che un inquisitore  trovi una parola rugginosa nel mio vers.

senso spirituale

bisogna avere presente oltre i due riscontri biblici la senconda cobla marcabruniana e la mia esegesi

seconda cobla 

7   E segon trobar naturau
8   port la pèira e l’esca e·l fozilh
9   mas menut trobador bergau
10   entrebesquilh
11   me tornon mon chant en badau
12   e·n fan gratilh.

E secondo il trobar naturale
porto la pietra e l’esca e l’acciarino
ma miserabili trovatori maggiolini
imbroglioni  mi tornano il mio canto in balia
e ne fanno beffe.

1 segon trobar natural] cf. Cicero (De finibus), Seneca (Epistulae morales ad Lucilium 28) : secundam naturam vivere e Quintiliano nel passo citato infra eloquentia naturalis
11 me tornon mon chant en badau]   Hieronymus (trad. Epistula ad Romanos

1:22 dicentes enim se esse sapientes stulti facti sunt

1:23 et mutaverunt gloriam incorruptibilis Dei in similitudinem imaginis corruptibilis hominis et volucrum et quadrupedum et serpentium […]

1:26 propterea tradidit illos Deus in passiones ignominiae nam feminae eorum inmutaverunt naturalem usum in eum usum qui est contra naturam

parafrasi

Con il mio trobar naturale ho la capacità di trasformare il mondo perverso provocando  un grande incendio spirituale, ma miserabili trovatori maggiolini  imbroglioni tornono  il mio canto  in leziosità e mollezza alla moda da poco e in tutto ciò che ha  di mira il piacere della massa ignorante = recentam hanc lascīvĭam dēlĭcĭamque et omnia ad voluptatem multitudinis imperitae composita (Quintiliano)

riscontri  latini

Marci Fabiii Quintiliani Institutio oratoria liber decimus

Verum antequam de singulis loquar, pauca in universum de varietate opinionum dicenda sunt. XLIII. Nam quidam solos veteres legendos putant, neque in ullis aliis esse naturalem eloquentiam et robur viris dignum arbitrantur; alios recens haec lascivia deliciaeque et omnia ad voluptatem multitudinis imperitae composita delectant.

Ma prima di parlare de ciascun autore, bisogna fare poche considerazioni di carattere generale sulla diversità delle opinioni. 43 Infatti alcuni sono del parere che si debbano leggere solo gli antichi e pensono che in nessun altro si trovino l’eloquenza naturale il vigore degno del uomo; ad altri piace la leziosità e la mollezza  del giorno d’oggi e  tutto ciò che ha di mira il piacere della massa ignorante.

Vulgata (Hieronymiana versio): Epistula beati Pauli apostoli ad Romanos

1:22 dicentes enim se esse sapientes stulti facti sunt

1:23 et mutaverunt gloriam incorruptibilis Dei in similitudinem imaginis corruptibilis hominis et volucrum et quadrupedum et serpentium

1:24 propter quod tradidit illos Deus in desideria cordis eorum in inmunditiam ut contumeliis adficiant corpora sua in semet ipsis

1:25 qui commutaverunt veritatem Dei in mendacio et coluerunt et servierunt creaturae potius quam creatori qui est benedictus in saecula amen

1:26 propterea tradidit illos Deus in passiones ignominiae nam feminae eorum inmutaverunt naturalem usum in eum usum qui est contra naturam
NRV   Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’ uso naturale in quello che è contro natura

occitan Per aquò Deus los abandonet a passions infames, car lors femnas cambieron  l’us natural en l’us contra natura

català Per això Déu els ha deixat a mercè de passions vergonyoses. Les dones han canviat l’ús natural  per un ús contra natura
quintă essentĭa

come i maggiolini [piccoli coleotteri molto dannosi per le piante] divorano le foglie e le tornano in merda così i miserabili trovatori maggiolini  imbroglioni tornano (divorando le sue foglie [Liederblätter] transfomandole in merda cantabile) lo trobar naturau di Marcabru in leziosità e mollezza alla moda  e in tutto ciò che ha  di mira il piacere della massa ignorante.

parafrasi della conclusione di PC 293.33 riusando la seconda cobla e i riscontri latini di cui ripeto i due testi biblici

latino di Gerolamo Matteo 19:23 Iesus autem dixit discipulis suis amen dico vobis quia dives difficile intrabit in regnum caelorum 24 et iterum dico vobis facilius est camelum per foramen acus transire quam divitem intrare in regnum caelorum
latino di Gerolamo Matteo 7:13 intrate per angustam portam quia lata porta et spatiosa via quae ducit ad perditionem et multi sunt qui intrant per eam

Marcabru dice fra le righe: Il mio vers è  composto secondo il trobar naturale [trobat segon trobar naturau, cf. inventĭo  nātūrālis Quintiliano]  e secondo la dottrina de la fina amor natural [cf. ămŏr  pūrus nātūrālis Gullielmus a Sancto Theorico 1075-1148]: se segue la mia dottrina d’amore puro, anche un ricco può entrare nel regno di Dio.

latino volgare

etiam homo grandis diurnalis (dives)  intrare potest per brevem duciculum (per angustam viam quae ducit ad salvationem ) in regnum Dei

latino colto

licet  ĕtĭam dīvitī (dummŏdo iustam velit vĭam ingrĕdii)  per brĕvem dūcĭcŭlum (per angustam viam quae ducit ad salvātĭōnem) transeundō intrāre in regnum Dei

Comments

Sei sulla strada giusta – la drecha via de fina amor marrida
aveva scritto nella mia “replica a Jörn Gruber: breve cannella o esiguo foro – that is the question”

http://knol.google.com/k/lucia-lazzerini/breve-cannella-o-esiguo-foro-that-is/211viz8id2tlo/4#

AGGIUNGO: Il dozilh, ‘cannella’, è comunque un tubo, dunque un foro! Joern, Roncaglia forse non aveva torto. Non si entra nella cannella, si entra in un buco!

Questa la mia proposta:

Marcabru dice che non gliene importa nulla / se qualcuno si mette a sfruconare questo suo vers, / ché nessuno vi può trovare, per quanto cerchi [quer] con intento maligno, / parola rugginosa. / Con lunga fatica si riesce a entrare in esiguo pertugio [l’evangelica cruna dell’ago].

Ossia: con lungo lavoro ho fatto un vers perfetto, e nessuno, pur prevenuto contro di me, vi troverà errori o improprietà.

Non ti pare un significato accettabile?

Lucia

***

AGGIUNGO [2009 10 04]

Bravissimo! Ora sì che sei sulla strada giusta. Appena possibile ti manderò alcune osservazioni. Intanto ti invio un mio articoletto.
Cari saluti,
L

Lucia Lazzerini – 5-Oct-2009

 

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occ. DOZILH – it. cannella (opus in fieri)

 duciculus 005

occ. dozilh –  it. cannella

 

DOZILH < DUCICULUS  Dolii epistomion (ἐπιστόμιον)

DUCICULUS, Dolii epistomion (ἐπιστόμιον) id est  instrumentum ori dolii insertum per quod exhauritur vinum [occ. dozilh – fr. dousil =  cannelle – it. cannella – cast. espita – cat. duïll = aixeta – ing. tap – ted. Zapfen] etimologia –  dūcĭcŭlum / vulg. duciculus – occ. dozilh cat. duïll]

etimologia

*dūcĭcŭlum s.n.  [dūcĭ <  dūcĕre + -cŭlum]  → vulg. duciculus s.m. nōmĕn ăgentis ā dūcendō = instrūmentum quō exĭmĭtur vīnum ē dōlĭō

http://old.demauroparavia.it/18145

2can|nèl|la
s.f.
TS enol., tubo, spec. in legno, dotato di rubinetto o otturato da uno zipolo, che si inserisce nella parte inferiore di una botte [foro di spillatura Gruber] o di un tino per spillarne il vino; vino alla c., appena tolto dal tino

riscontri latini (prima del XII secolo)

Cf. A. Thomas in Romania 34 (1905), p. 193: Dozilh ‘fausset’ ou en franc. dialectal doisil, dousil est bien connu; c’est le lat. vulg. duciculus, dont le plus ancien exemple est fourni par la Vie de saint Colomban par Jonas (milieu du VIe siècle, où on lit : « serraculum quod duciculum vocant » (Edit. Krusch, Script. rer. meroving., IV, 82)
Du Cange Glossarium mediæ at infimæ latinitatis] s.v. duciculus

Vita S. Urbani Episcopi Lingon. Cap. I : Ligamina vasorum gladiis praesciderunt Duciculosque abstraxerunt. Passio S. Bercharii apud Camusatum : Forte ille tunc promtuarium ingressus, ante vos steterat, et sudem, quae vulgo Duciculus,  a potu scilicet educendo, dicitur, in manu tenens cerealem amphorae potum infundebat, etc. […] Occurrit praeterea in […] Vita S. Fidoli Abbat. N. 6. atque ex iis emendandus videtur Windelhertus in Miraculia Sl Goaris ca. 7: Cum Cellerarius… vinum de cupa quadam hausisset, casu contingit, ut cupae Cuniculum aliud forte meditans infirme clauderet, et abiret. Legendum enim Duciculum.

riscontri occitanici

TS enol.

Qui vendra vi a falsa mesura, quel coste .LXV. sols als senhors e tot lo vi del dozilh en sus del vaysel don ne vendra. | Cont. Clermont-Dessus § 60. | E qui vendra vi a falsa mesura, quel coste .LXVI. sols que sio al senior e tot lo vi del douzil en sus del vaissel don lo vendra. Cont. Larroque § 70.

it. chi venderà vino con falsa misura che gli costi 65 (66) soldi {da dare} ai signore (che siano del signore) e tutto il vino del tino al di sopra della cannella.

(XII secolo)

Marcabru 293.33 Lo vers comens quan vei edel fau (ed. critica Gruber 1983 codice A)

49 Marcabrus ditz que no·ill en cau
50 qui quer ben lo vers al foïll
51 que no·i pot hom trobar a frau
52 mot de roill
53 intrar pot hom de lonc jornau
54 en breu doïll.

Catalano mod.

Marcabru diu que no l’en fot
si algú escorcolla el vers amb un *fuïll
qué no es pot trobar-hi (introduïda) a frau (= de contraban)
paraula de rovell
entrar pot hom de long jornal
en breu duïll (= aixeta)

sensus litteralis:

Marcabru dice che non gliene importa / se qualcuno frugha il vers col frugone: / ché non vi si può trovare (intradotta) di frode (=contrabbando) / parola rugginosa: entrare si può con lungo (lavoro) giornale (agg.) / in breve/corta cannella.

Anaut Daniel PC 29,15 Pus Raimons e Truc Malecx

edizione critica Gruber 1983 (codici CR)

46 Bernatz de Cornes no·s estrilh
47 al corn cornar ses gran dozilh
48 ab que trauc la pena e·l penilh
49 pueys poira cornar ses perilh.

Bernardo di Cornese non s’affatichi / a cornare/trombare il corno senza una grossa cannella / con cui perforare la pelliccia (/il grasso di maiale) e il pettignone (mons veneris) / poi potrà cornare/trombare senza pericolo.

edizione critica Gruber 2009 (codice H)
46 Dompna ges Bernartz non s’atil
47 del corn cornar ses gran dosil
48 ab qe·l seire trauc e·l penil
49 pois poiria cornar ses peril.
Donna: Bernardo non si dia cura/ di cornare/trombare il corno senza una grossa cannella / con cui perforare ilsedere e il pettignone / poi potrà cornare/trombare senza pericolo.

TS hidraul.

Li dozil de la font noviter fiunt, expensa fuit .LXX. solidorum. Chroniques S. Martial S. 77 Z. 18.

lat. (tard.) duciculi de illa fonte noviter fiunt, expensa fuit .LXX. solidorum.

lat. (cl.) Epistomia fontis renovata sunt, expensa fuit .LXX. sŏlidōrum.

aut: Epistomia fontis renovavērunt (renovavēre), expensa fuit .LXX. sŏlidōrum.

it. Le cannelle della fontana sono state rinnovate, la spesa fu di settanta soldi.

riscontri oitanici

Godefroy 2.736 Doisil, douzil […] Et quant li tonneau fu voié / Li doisiz ou tonniau remistrent [testo ripreso da Tobler-Lommatzsch (2)]

Tobler-Lommatzsch s.v. doisil […] Du Cange s.v. duciculus] Faßhahn, Faßzapfen:

(1) Et si les (les pertuis del tonniel) fist tous estouper Et les doissis 20 dedens bouter RSSag. 1788.

(2) Et quant li tonneaus fu voie, Li (/. Les) doisiz ou tonniau remistrent ND Chartr. 76.

it. E quando le botti furono vuote / rimisero le cannelle alle botti.

botte di vino con sopra lo cocchiume occ. bonda (zaffo) nel cocchiume occ. bondo (foro)

davanti in basso: la cannella occ. dozilh

http://old.demauroparavia.it/15349

bót|te
s.f.
AD
1 recipiente a forma di cilindro bombato nella parte centrale, fatto di doghe di legno strette da cerchi di metallo e chiuso da due fondi circolari, usato per la conservazione e il trasporto di liquidi o altri prodotti: b. da vino, b. delle olive, spillare il vino dalla b. | quantità di prodotto contenuta in tale recipiente: l’osteria smercia due botti di vino al mese | estens., grande quantità di liquidi, di bevande: avrà bevuto una b. d’acqua

botte di vino

http://old.demauroparavia.it/23717

coc|chiù|me
s.m.
CO
1 tappo di sughero o di legno che chiude il foro posto sul diametro massimo della botte
2 il foro in cui viene infilato

***

ἐπιστόμιον

TS enol. / TS idraul.  occ.DOZILH  (<  lat. duciculus –  VI sec. d.C.) – it. cannella – – fr. doisil dousil, douzil = cannelle – cat. duïll = aixeta (XIV sec. d.C. – ted Wasserhahn)

Epistomium [= duciculus → dozilh TS idraul. e enol.]
Robinet d’un conduit d’eau ou de tout vaisseau contenant des liquides qu’on a besoin de tirer en petites quantités (Vitruv. IX, 8, 11) [Dictionnaire des antiquités romaines et grecques. Anthony Rich (3e ed. 1883)]

(ἐπιστόμιον). The cock of a waterpipe, or of any vessel containing liquids to be [figure in text: Epistomium of Bronze. (Pompeii.)] drawn off in small quantities when required (Vitruv. ix. 8, 11). The illustration represents an original bronze water-cock found at Pompeii [Harpers Dictionary of Classical Antiquities 1898]

http://old.demauroparavia.it/18145

can|nèl|la 1 TS idraul. [lat. class. epistomion → lat. tard. duciculus → occ. dozilh] piccolo tubo metallico talora munito di un rubinetto, da cui fuoriesce l’acqua, che costituisce la parte finale di una conduttura: la c. della fontana, bere alla c. [fr. robinet d’un conduit d’eau – ted. Hahn einer Wasserleitung]

 

sēnsŭs littĕrālis vs. sēnsŭs lătēns – auctōrĭtātēs

auctōrĭtātēs

 

Ξενοφώντος Συμπόσιον
᾿Αλλὰ σὺ αὖ, ἔφη, λέγε, ὦ Νικήρατε, ἐπὶ ποίᾳ ἐπιστήμῃ μέγα φρονεῖς. Καὶ ὃς εἶπεν· ῾Ο πατὴρ ὁ ἐπιμελούμενος ὅπως ἀνὴρ ἀγαθὸς γενοίμην ἠνάγκασέ με πάντα τὰ ῾Ομήρου ἔπη μαθεῖν· καὶ νῦν δυναίμην ἂν ᾿Ιλιάδα ὅλην καὶ ᾿Οδύσσειαν ἀπὸ στόματος εἰπεῖν. 6 ᾿Εκεῖνο δ᾿, ἔφη ὁ ᾿Αντισθένης, λέληθέ σε, ὅτι καὶ οἱ ῥαψῳδοὶ πάντες ἐπίστανται ταῦτα τὰ ἔπη; Καὶ πῶς ἄν, ἔφη, λελήθοι ἀκροώμενόν γε αὐτῶν ὀλίγου ἀν᾿ ἑκάστην ἡμέραν; Οἶσθά τι οὖν ἔθνος, ἔφη, ἠλιθιώτερον ῥαψῳδῶν; Οὐ μὰ τὸν Δί᾿, ἔφη ὁ Νικήρατος, οὔκουν ἔμοιγε δοκῶ. Δῆλον γάρ, ἔφη ὁ Σωκράτης, ὅτι τὰς ὑπονοίας οὐκ ἐπίστανται [nam sēnsūs lătentes nōn cōgnōscunt].

Tu vero, Nicerate, dicito nobis, cuius scientiae causa elato sis animo. Pater meus, ait Niceratus, quum studiose daret operam, ut vir honestus ac bonus evaderem, coegit me ut omnes Homeri versus discerem. Jamque adeo possem totam Iliadem et Ulysseam de memoria promptam recitare. Verum ignorasti, inquit Antisthenes, etiam omnes rhapsodos eosdem versus tenere? Qui possem ignorare, ait, quum propemodum singlis eos diebus audirem? An igitur ullam nationem hominum stultiorem nosti, quam sint illi rhapsodi? Non profecto, inquit Niceratus, non ita mihi videtur. Perspiccum est enim, ait Socrates, illos versuum sententias non intellegere. [ed. Dübner 1838]

Ma tu invece – disse (Antistene) – Nicerato, dicci di quale conoscenza vai fiero? – E lui rispose – Mio padre preoccupandosi di farmi diventare un uomo dabbene, mi costrinse a imparare a memoria tutti (i poemi) omerici; e ora sono capace di recitare l’intera Iliade mnemonicamente e l’Odissea. 6 Dimentichi forse – disse Antistene – che anche tutti i rapsodi conoscono questi poemi? – E come mai – disse – potrei dimenticarmene, dal momento che li ascolto per poco tempo, è vero, ma tutti i giorni. – Sai tu – chiese – una razza più stupida di quella dei rapsodi? – No per Zeus – rispose Nicerato – non mi pare proprio, – È evidente – disse Socrate – che non conoscono i significati sottostanti (riposti).

Πλάτωνος Ἴων

Σωκράτης [530b]
καὶ μὴν πολλάκις γε ἐζήλωσα ὑμᾶς τοὺς ῥαψῳδούς, ὦ Ἴων, τῆς τέχνης: τὸ γὰρ ἅμα μὲν τὸ σῶμα κεκοσμῆσθαι ἀεὶ πρέπον ὑμῶν εἶναι τῇ τέχνῃ καὶ ὡς καλλίστοις φαίνεσθαι, ἅμα δὲ ἀναγκαῖον εἶναι ἔν τε ἄλλοις ποιηταῖς διατρίβειν πολλοῖς καὶ ἀγαθοῖς καὶ δὴ καὶ μάλιστα ἐν Ὁμήρῳ, τῷ ἀρίστῳ καὶ θειοτάτῳ τῶν ποιητῶν, καὶ τὴν τούτου διάνοιαν [530c] ἐκμανθάνειν, μὴ μόνον τὰ ἔπη, ζηλωτόν ἐστιν. οὐ γὰρ ἂν γένοιτό ποτε ἀγαθὸς ῥαψῳδός, εἰ μὴ συνείη τὰ λεγόμενα ὑπὸ τοῦ ποιητοῦ. τὸν γὰρ ῥαψῳδὸν ἑρμηνέα δεῖ τοῦ ποιητοῦ τῆς διανοίας γίγνεσθαι τοῖς ἀκούουσι: τοῦτο δὲ καλῶς ποιεῖν μὴ γιγνώσκοντα ὅτι λέγει ὁ ποιητὴς ἀδύνατον. ταῦτα οὖν πάντα ἄξια ζηλοῦσθαι.

[Socrate: Ione, certo spesso ho invidiato voi rapsodi per la vostra arte: infatti desta invidia il fatto che andiate sempre adorni nel corpo in modo appropriato alla vostra arte, che siate al massimo della vostra bellezza e nel contempo è da invidiare la necessità che vi porta a frequentare molti altri bravi poeti e soprattutto Omero, il migliore e il più divino tra i poeti, e a comprenderne non solo le parole ma anche il pensiero. Poiché mai si potrebbe essere un buon rapsodo se non si comprendessero le parole del poeta. Il rapsodo deve farsi interprete per gli ascoltatori dei pensieri del poeta: è impossibile fare tutto ciò correttamente senza capire ciò che il poeta dice. Pertanto tutto questo è degno di essere invidiato]

 

Marci Fabiii Quintiliani Institutio oratoria liber decimus

Verum antequam de singulis loquar, pauca in universum de varietate opinionum dicenda sunt. XLIII. Nam quidam solos veteres legendos putant, neque in ullis aliis esse naturalem eloquentiam et robur viris dignum arbitrantur; alios recens haec lascivia deliciaeque et omnia ad voluptatem multitudinis imperitae composita delectant.

Ma prima di parlare de ciascun autore, bisogna fare poche considerazioni di carattere generale sulla diversità delle opinioni. 43 Infatti alcuni sono del parere che si debbano leggere solo gli antichi e pensono che in nessun altro si trovino l’eloquenza naturale il vigore degno del uomo; ad altri piace la leziosità e la mollezza del giorno d’oggi e tutto ciò che ha di mira il piacere della massa ignorante.

 

Hieronymus Epistulae

 

epistula 53.8

..aliud in cortice praeferunt, aliud retinent in medulla

mostrano un significato nella corteccia e ne racchiudono un altro nel midollo.

epistula 53.10

Nolo offendaris in scripturis sanctis simplicitate et quasi viltate verborum, quae […] sic prolatae sunt, ut rusticam contionem facilius instruerent et in una eadem sententia aliter doctus, aliter audiret indoctus.

Non ti urtino, nelle Sacre Scritture, la semplicità e, per così dire, il basso livello del linguaggio: esse si presentano in modo da istruire con maggior facilità un pubblico ignorante e da far sì che nella stessa frase il colto e l’incolto vedano significati diversi.

epistula 58.5

In Actibus apostolorum [cf. Act. 8.26 sqq.] sanctus eunucus, immo vir – sic enim eum scriptura cognominat -, cum legeret Esaiam, interrogatur a Philippo: Putas intellegis, quae leges? respondit: Quomodo possum, nisi me alaiquis docuerit? – Ego, ut de me interim loquar, nec sanctior sum hoc eunucho ne studiosior, qui, de Aethiopia, id est de extremis mundi finibus, venit ad templum, reliquit aulem regiam – et tantus amor divinae scientiae fuit, ut etiam in vehiculo sacras litteras legeret – et tamen, cum librum teneret et verba domini cogitatione conciperet, lingua volveret, labiis personaret, ignorabat eum, quem in libro nesciens venerabatur. Venit Philippus, ostendit ei Iesum, qui clausus [occ. clus!] latebar in litteris, et – o mira doctoris virtus – eadem hora credit, baptizatur, fidelis et sanctus est ac magister de discipulo: plus in deserto fonte ecclesiae quam in aurato templo repperit synagogae.

[Negli Atti degli apostoli un santo eunuco…

Augustinus & Boccaccio

 

Augustinus, Civ. Dei XI, XIX

Quamvis itaque divini sermonis obscuritas etiam ad hoc sit utilis, quod plures sententias veritatis parit et in lucem notitiae producit, dum alius eum sic, alius sic intellegit (ita tamen ut, quod in obscuro loco intellegitur, vel adtestatione rerum manifestarum vel aliis locis mineme dubiis asseratur; sive, cum multa tractantur, ad id quoque perveniatur, quod sensit ille qui scripsit, sive id lateat, sed ex occasione tractandae profundae obscuritatis alia quaedam vera dicantur).

L’obscurité même de la parole divine a cet avantage qu’elle fait concevoir et paraître au grand jour plusieurs explications vraies, l’un comprenant d’une manière, l’autre d’une autre (à condition toutefois de confirmer le sens d’un passage obscur par le témoignage de faits manifestes ou par d’autres passages qui ne soulèvent aucun doute: soit qu’à travers tout ce qu’on traite on finisse üar rejoindre la pensée de l’écrivain, ou que cette pensée reste cachée, maos qu’à l’occasion de sa profonde obscurité on exprime quelque autre vérité).

Boccaccio, Genealogie deorum gentilium XIX XII 10 (ed. 1434)

Quod per Augustinum in libro Celestis Iersalem XI firmari videtur, dum dicit: «Divini sermonis obscuritas etiam ab hoc est utilis, quod plures sententias veritatis parit et in lucem notitie producit, dum alius eum sic, alius sic intelligit». Et alibi Augustinus idem super Psalmo CXXVI dicit: «Ideo forte obscurius positum est ut multos intellectus generet, et dictiores descendant homines, qui clausum invenerunt quod multis modis aperiretur, quam si uno modo apertum invenirent». Et ut eiusdem Augustini testimonio adhuc adversus recalcitratores amplius utar, ut sentiant quoniam, quod ipse pro obscuritatibus Sacrarum Licterarum tuendis, ego pro obscuritatibus poematum intellegi velim, dico eum scibere super Psalmo XXLVI sic: «Perversum nichil est, obscurum autem aliquid est, non ut tibi negatur, sed ut exerceat accepturum» etc.

[ Il che sembra confermato da Agostino nel libro XI del De civitate Dei, là dove scrive: «L’oscurtità del divino sermone è utile anche per il fatto che produce molte sentenze di verità, e le pone innanzi alla luce della conoscen­za, mentre uno intende in um modo e uno in altro modo». E altrove lo stesso Agostino nelle Ennarationes in Psalmos, al capitolo CXXVI scrive: «La cosa oscura forse è stata posta perché generi molte conoscenze e gli uomini che hanno trovato chiuso ciò che in molti modi si sarebbe potuto aprire, siano maggiormente arricchiti che se lo avessero trovato aperto in un solo modo». E inoltre, per usare ancora della testimonianza di Agostino contro questi recalcitranti (affinché si rendano conto che quanto egli adduce in difesa dell’oscurità della Sacra Scrittura, io vorrei fosse inteso per l’oscurità dei poemi) dico che sopra il Psalmus 146 scrive: «Qui niente è cattivo, ma qualche cosa è oscura, non perché si sia negata, ma perché si eserciti chi abbia intenzione di comprenderla».

Le citazioni agostiniane sono riprese da Invectivae contra medicum (Petrarca, Prose 670 sqq.)

Quid sermo ipse divinus…

Certe Agustinus, ingenio illo suo, quo se et multarum artium notitiam, et quecunque de decem castegoriis philosophi tradunt, sine magistro percepisse gloriatur, Ysaie principium fatetur intelligere nequivisse. Unde autem hoc, nisi forte spiritum ipsum sanctum invidisse dicas, et non potius providisse legentibus? De qua obscuritate loquens Augustinus idem libro De civitate Dei undecimo: «Divini» inquit «sermonis obscuritas etiam ab hoc est utilis, quod plures sententias veritatis parit et in lucem notitiae producit, dum alius eum sic, alius sic intelligit.» Idem in Psalmo centesimo vicesimo sexto: «Ideo enim» inquit «forte obscurius positum est ut multos intellectus generet, et dictiores descendant homines, qui clausum invenerunt quod multis modis aperiretur, quam si uno modo apertum invenirent». Idem in Psalmo centesimo quadragesimo sexto, de Scripturis Sacris agens: «Perversum hic» inquit «nichil est, obscurum autem aliquid est, non ut tibi negatur, sed ut exerceat accepturum». Et post pauca: «Noli» ait «recalcitrare adversus abscura et dicere: „melius diceretur, si sic diceretur“; quomodo enim potes tu sic dicere aut iudicare quomodo dici expediat?» Quem secutus est Gregorius super Ezechielem: «Magne» inquit «utilitatis est ipsa obscuritas eloquiorum Dei, quia exercet sensum, ut fatigatione dilatetur et exercitatus capiat quod capere non posset otiosus. Habet quoque adhuc mais aliud, quia Scripture Sacre intelligentia, que si in cuntis esset aperta vilesceret, in quibusdam locis oscurioribus tanto maiori dulcedine inventa reficit, quanto maiori labore castigat animum quesita.»

Agostino, con quella sua intelligenza con cui si vanta d’aver afferrata senza maestro la sostanza di molte arti e tutto quanto riferiscono i filosifi sulle dieci categorie, confessa di non aver potuto capire il principio d’Isaia. O come mai? A meno che tu non dica che lo Spirito Santo aveva invidia, invece di sollecitudine per il lettore. Agostino, parlando di quella oscurità nell’undicesimo libro del De civitae Dei, dice: «L’oscurità della parola diniva anche a questo serve, che produce più sentenze, tutte vere, e le pone in evidenza quando uno interpreta in un modo e un altro in modo differente.» E nel commento al Salmo centoventisei dice: «Per questo forse è stato espresso con tanta oscurità, perché produca molte interpretazioni, e perché gli uomini che trovarono chiuso quello che in molti modi poteva essere aperto, ne traessero maggiore ricchezza che se l’avessero trovato aperto per un verso solo.» E nel commento al Salmo centoquarantasei, parlando della Sacra Scrittura dice: «Lì nulla di perverso, ma qualche cosa di oscuro, non perché rimanga impenetrabile, ma per tenere impegnato che deve accettarlo.» E poco dopo: «Non ricalcitrare di fronte alle oscurità, e non dire: „si esprimerebbe meglio se si esprimesse in quest’altro modo“; come puoi dir questo e giudicare tu come sarebbe stato meglio esprimersi?» E Gregorio, seguendolo, nel suo commenta ad Ezechiele dice: «Grandemente utile è l’oscurità dell’eloquio divino, perché aguzza l’ingegno, sì che per la fatica si dilati e nello sforzo riesca ad afferrare quel che in stato di riposo non potrebbe. Ma c’è di più: l’intelligenza delle Sacre Scritture, che se fosse facile per ogni verso riuiscirebbe di poco conto, in certi luoghi più oscuri, una volta che si è raggiunta, procura una dolcezza tanto più grande quanto maggiore è stato lo sforzo del pensiero per afferrarla.»

 

Gregorius Magnus & Boccaccio [stesura in corso]
Boccaccio Vita Dantis

[Gregorio] della sacra Scrittura dice ciò che ancora della poetica dir si puote: cioè che essa in uno medesimo sermone, narrando, apre il testo e il misterio a quel sottoposto; e così ad un’ora gli savi esercita e con l’altro gli semplici conforta, e ha in publico donde li pargoletti nutrichi, e in occulto serva quello onde essa le menti de’ sublimi intenditori con ammirazione tenga sospese. Perciò che pare essere un fiume, acciò che io così dica, piano e profondo, nel quale il piccioletto agnello con gli piè vada, e il grande elefante ampissimamente nuoti.

Hugo a Sancto Victore (ca. 1079-1141) Discalicon caput VIII

http://thelatinlibrary.com/hugo/hugo3.html

De ordine legendi.

In expositione consideratur ordo secundum inquisitionem. expositio tria continet, litteram, sensum, sententiam. littera est congrua ordinatio dictionum, quod etiam constructionem vocamus. sensus est facilis quaedam et aperta significatio, quam littera prima fronte praefert. [772A] sententia est profundior intelligentia, quae nisi expositione vel interpretatione non invenitur. in his ordo est, ut primum littera, deinde sensus, deinde sententia inquiratur. quo facto, perfecta est expositio.

[Nell’esposizione va osservato l’ordine secondo l’esplorazione. L’esposizione contiene tre parti: la lettera, il senso letterale e il significato sottostante [= ὑπονοία – sensus latens]. La lettera è la congrua disposizione delle parole (litt. detti occ. ditz), che chiamiamo anche costruzione. Il senso letterale è il significato facile e aperto che la lettera offre a prima vista. Il significato sottostante (ὑπονοία) è la comprensione più profonda che non è possibile trovare tranne per via di un’esposizione o interpretazione. In questo procedere l’ordine è il seguente: si esplora prima la lettera, poi il senso letterale, poi il significato sottostante (ὑπονοία). Ciò fatto, l’esposizione è perfetta]

 

 

 

Bernart Amoros (ed. Gruber 1983 con trad. ted.)
Grans falhirs es d’home que si fai emendador sitot ades non a l’entencion, que maintas vetz per frachura d’entendimen venon afolhat maint bon mot obrat primament e d’avinen razo ‘per maints fols que·s tenon lima’ (si com dis us savis) […] Mas ieu me·n sui ben gardatz, que maint luec son qu’ieu non ai ben agut l’entendimen, per qu’ieu non ai ren volgut mudar per paor qu’ieu non pejures l’obra: que truep volgra esser prims e sotils hom que o pogues tot entendre.

Franceso da Barberino (1268-1348) Liber documentorum amoris

Istorum scriptorum aliqui vitium quoddam maximum patiuntur. Nam, dum eis occurrunt subtilia, quae animis eorum applicari non possunt, suo quodammodo intellectui crosso conformant, ur credunt se intellegere scribentes, ac, credentes corrigere, corrumpunt.

Friedrich Nietzsche

Einen Text als Text ablesen können, ohne eine Interpretation dazwischen zu mengen, ist die späteste
Form der ‘inneren Erfahrung’ – vielleicht eine kaum mögliche.

[Leggere un testo come testo senza frammischiarvi una interpretazione, è la forma più tardiva dell ‚esperienza interiore‘ – forse una forma appena possibile]

 

त्रैयम्बकमन्त्र traiyambakamantra (in Arbeit)

त्रैयम्बकमन्त्र traiyambakamantra

(= das Mantra mit Bezug auf Tryambaka) [ऋग्वेद ṛgveda 7.59 = letzter श्लोक śloka ]

auch genannt:

मृत्युंजयमन्त्रmṛtyuṃjaya mantra ( = Tod-Besieger-Mantra =  शिवमन्त्र Śiva-Mantra)

[ॐ] त्र्यम्बकं यजामहे सुगन्धिं पुष्टिवर्धनम |

उर्वारुकमिवबन्धनान मर्त्योर्मुक्षीय माम्र्तात ||

[oṃ] tryambakaṃ yajāmahe sughandhiṃ puṣṭivardhanam |

urvārukamivabandhanān mṛtyormukṣīya māmṛtāt ||

Wir verehren den Dreiäugigen [Śiva], den lieblich Duftenden, den Wohlstands-Mehrer. / Wie die Gurke von ihrer Fessel, sei ich vom Tode befreit, aber nicht von der Unsterblichkeit.

Die Heimat der Gurke liegt wahrscheinlich in Indien, wo sie etwa um 1500 v. Chr. domestiziert wurde. Von Indien hat sie sich in alle warmen Gebiete der Alten Welt ausgebreitet.

उर्वारुurvāru [relié à urvarā] m.f. natu. bot. Cucumis utilissimus, sorte de courge, dont le fruit est le concombre; syn. karkaṭī | var. irvāru var. īrvāru var. ervāru id.

उर्वाक urvāruka [-ka] n. natu. son fruit, le concombre.

उर्वारु
1-252 (click to see original page)
*m. und उर्वारूf. eine Kürbisart. उर्वारुund °कn. die Frucht Hemādri. 1,196,8. 629,11.
PW20706 1.252-3

Χαρίτων· Χαιρέας καὶ Καλλιρόη α’ (incipit) graece & latine – opus in fieri

Χαρτων· Χαιρας κα Καλλιρη   α’   
  (1,1,1) Χαρτων φροδισιες, θηναγρου τοῥήτορος πογραφες, πθος ρωτικν ν Συρακοσαις γενμενον διηγσομαι. ρμοκρτης Συρακοσων στρατηγς, οτος νικσας θηναους, εχε θυγατρα Καλλιρην τονομα, θαυμαστν τι χρμα παρθνου καγαλμα τς λης Σικελας. (1,1,2) ν γρ τ κλλος οκ νθρπινον λλ θεον, οδ Νηρηδος Νμφης τν ρειν λλ‘ ατς φροδτης Παρθνου. φμη δ το παραδξου θεματος πανταχο διτρεχε κα μνηστρες κατρρεον ες Συρακοσας, δυνσται τε κα παδες τυρννων, οκ κ Σικελας μνον, λλ καξ ταλας καπερου καθνν τν ν περ. (1,1,3) δρως ζεγος διον θλησε συμπλξαι. Χαιρας γρ τις ν μειρκιον εμορφον, πντων περχον, οον χιλλα κα Νιρα καππλυτον καλκιβιδην πλσται τε κα γραφες ποδεικνουσι…
 
 

                                        Charitonis Aphrodisiensis De Chærea et Callirrhoe Liber primus

Chariton Aphrodisiensis, Athenagoræ rhetori  scriba, amatorium Syracusis casum narrabo. Hermocrates Syracusanorum Prætor, victor ille Atheniensium, filiam habebat nomine Callirhoen, puellam admirabilem et totius Siciliæ decus. Illi enim divina sane, non humana, neque Nereidis aut montanæ alicujus nymphæ, sed Veneris ipsius, species contigerat. Fama rari spectaculi quaquarumversum discurrebat, ut proci Syracusas undecumque confluerent, reges et tyrannorum filii non Siculi modo sed et Itali et Epirotæ et ex gentibus continentis. Amor verum singulare par matrimonio jungere cupiebat. Chæreas enim erat quidam junvenis pulcher, omnium præstantissimus, qualem Achillem et Nireum et Hippolytum et Alcibiadem fingunt statuarii et pictores…

Jesaia 38.10 בִּדְמִ֥י יָמַ֛י biḏəmî yāmay vs. in dimidio dierum meorum. Hier irrt der heilige Hieronymus (in Arbeit)

in Arbeit

 

Isaiah 38:10

אניאמרתיבדמיימיאלכהבשערישאולפקדתייתרשנותי׃

אֲנִ֣יאָמַ֗רְתִּיבִּדְמִ֥ייָמַ֛יאֵלֵ֖כָהבְּשַׁעֲרֵ֣ישְׁא֑וֹלפֻּקַּ֖דְתִּייֶ֥תֶרשְׁנוֹתָֽי׃

’ănî ’āmarətî biḏəmî yāmay ’ēlēḵâ bəša‘ărê šə’wōl puqqaḏətî yeṯer šənwōṯāy:

SEPTUAGINTA ἐγὼ εἶπα ἐν τῷ ὕψει τῶν ἡμερῶν μου ἐν πύλαις ᾅδου καταλείψω τὰ ἔτη τὰ ἐπίλοιπα

VULGATA ego dixi in dimidio dierum meorum vadam ad portas inferi quaesivi residuum annorum meorum

Psalm 102:25

24 אמראליאלתעלניבחציימיבדורדוריםשנותיך׃

25‏דּוֹרִ֣יםשְׁנוֹתֶֽיךָ׃אֹמַ֗ראֵלִ֗יאַֽל־תַּ֭עֲלֵנִיבַּחֲצִ֣ייָמָ֑יבְּד֖וֹר

’ōmar ’ēlî ’al-ta‘ălēnî baḥăṣî yāmāy bəḏwōr dwōrîm šənwōṯeyḵā:

μὴ ἀναγάγῃς με ἐν ἡμίσει ἡμερῶν μου ἐν γενεᾷ γενεῶν τὰ ἔτη σου

ne revoces me in dimidio dierum meorum, in generationem et generationem anni tui.

Hieronymus Comm. ergänzen

Peccatores uero et impii in dimidio dierum suorum moriuntur, de quibus et psalmista loquitur: Uiri sanguinum et dolosi non dimidiabunt dies suos. Non enim implent opera uirtutum, nec student paenitentia emendare delicta. Vnde in medio uitae cursu, et in errorum tenebris ducentur ad tartarum.

 

 

[Die Sünder und Unfrommen aber werden in der Hälfte ihrer Tage sterben, von denen auch der Psalmist spricht: die Männer des Blutes und die Betrüger werden die Hälfte ihrer Tage nicht erreichen. Denn sie verrichten weder Tugendwerke noch sühnen sie ihre Verfehlungen durch Buße. Daher werden sie in der Mitte ihres Lebensweges und durch die Finsternisse der Irrtümer zum Tartarus (zur Hölle) geführt werden = it. Ma i peccatori e empii moriranno a metà dei loro giorni, di cui parla anche il salmista: gli uomini sanguinari e fraudolenti non giungeranno alla metà dei loro giorni. Infatti non compiono opere di virtù né cercano di emendare i loro delitti con la penitenza. Onde nel mezzo corso della loro vita (= nel mezzo del camin di loro vita) e per le tenebre dei peccati saranno condotti al Tartaro]